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E’ l’empowerment che modifica la relazione medico-paziente

Aprile 30, 2008

Il termine “empowerment” è stato coniato dallo psicologo americano, Bob Anderson. Egli, utilizzando questo concetto, rivoluziona il classico rapporto medico-paziente. Nella sua visione già la parola paziente appare inadeguata: essa dà, infatti, l’idea di un soggetto passivo, che subisce (patisce) la malattia e le cure. Nella maggior parte dei casi, invece, non è affatto così.  Il concetto di empowerment pone al centro la storia personale, il vissuto, le relazioni sociali, l’ambiente presente e passato del paziente (anche se tale termine non è corretto nella concezione di Anderson, è sicuramente quello più immediato) e lo considera un soggetto attivo.

Una diversa considerazione del paziente porta naturalmente ad una nuova visione di medico. Il medico non è più colui che “somministra delle ricette”, ma colui che aiuta la persona a gestire in modo adeguato e consapevole la sua malattia. Il medico diviene così una sorta di coach, un allenatore personale che può aiutare gli atleti a trarre il meglio da se stessi, ma non può in alcun modo sostituirsi a loro.

Da “Modus online” ho tratto alcune tracce dell’intervista a Bob Anderson:

1. Il rapporto classico tra medico e paziente è molto antico: perché dobbiamo cambiarlo proprio ora?
Perché tutti, medici e ‘pazienti’, troviamo difficoltà crescenti a trattare efficacemente le patologie più comuni, che oggi sono condizioni croniche in gran parte prevenibili come le malattie cardiovascolari, l’obesità e il diabete. Abbiamo ereditato l’attuale relazione medico/paziente, dall’Ottocento positivista e l’abbiamo modificata in peggio: La relazione è divenuta via via più impersonale, frammentata nelle innumerevoli competenze specialistiche e sub-specialistiche, standardizzata nei tempi e nei modi.

2. Cosa manca?
Manca l’empatia, la capacità di creare un rapporto personale fra medico e paziente che influisce sempre in modo negativo; ma se nelle patologie acute questo effetto sfavorevole è trascurabile dal punto di vista pratico, nelle patologie croniche la mancanza di empatia si traduce in una forte divaricazione tra la cura prescritta e la cura messa in pratica, compromettendo in modo sostanziale il percorso terapeutico.

3. Ma questa ‘empatia’ non rischia di compromettere le facoltà di giudizio del medico?
E’ importante conoscere bene la storia del paziente. Fino agli anni ’50 il paziente veniva osservato, toccato, ascoltato con impegno e attenzione, e solo dopo un esame accurato e completo venivano richiesti degli approfondimenti strumentali o di laboratorio. Oggi accade il contrario. Non si fa neanche in tempo a entrare in uno studio medico che subito si viene mandati a fare degli esami.

4. Le macchine in compenso sono più oggettive…
Lei crede? Le macchine non aumentano il tasso di oggettività di un dato, per il semplice motivo che dietro di loro ci sono tante soggettività diverse, dai costruttori ai tecnici a coloro che devono interpretare il dato strumentale. Possono essere più sensibili e più specifiche, ma niente può essere più oggettivo dei nostri sensi. In ogni caso, anche qualora lo fossero, la ‘visita’ classica termina con la diagnosi e la terapia, che è un’operazione in parte soggettiva.

Infine, eccovi i punti chiave del pensiero di Bob Anderson sull’empowerment:

  1. I medici devono essere dei buoni ascoltatori;
  2. I medici devono creare un rapporto di fiducia col paziente prima di procedere alla diagnosi;
  3. L’empowerment non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma uno stile, un processo da perfezionare e modulare ai cambiamenti della vita;
  4. L’empowerment vuole potenziare il paziente, ma per questo è necessario il supporto del medico;
  5. L’empowerment non funziona sempre, ma funziona meglio di quanto faceva la classica relazione medico-paziente. Il tempo è la mancanza più grande;